Stadio Olimpico, scontro tra titani dell’architettura

Stadio Olimpico, scontro tra titani dell’architettura

Posted on marzo 31, 2016 by in Marketing with no comments
TOKYO – “Mi hai copiato”. “Ma che dici? Non è vero!”. Questo non è un dialogo bizzoso tra scolaretti, ma la sintesi di uno scontro tra giganti dell’architettura sullo Stadio Olimpico di Tokyo 2020. La più grande struttura dei futuri Giochi sarà quella progettata da Kengo Kuma, in quanto il progetto che era stato inizialmente scelto – quello di Zaha Hadid – è stato poi cestinato a sorpresa nel luglio scorso (per decisione diretta del premier Shinzo Abe) con la motivazione che il ciclopico design – molto originale, con una forma che per alcuni richiamava un casco da ciclista – era diventato troppo costoso rispetto alle stime originarie.

L’archistar irachena-britannica ha lanciato le sue pesanti accuse: il design di Kuma presenta troppe similarità con il suo, il che non puo’ essere casuale; del resto il suo team ci ha messo due anni di lavoro, mentre l’architetto giapponese avrebbe impiegato solo tre mesi e mezzo.

 Una questione di ego, di gloria e anche di soldi, visto che Hadid dall’ottobre scorso sta trattando il pagamento finale con il Japan Sport Council, che prima di “liquidarla” chiede la cessione del copyright. Hadid rifiuta e si chiede (pubblicamente) perché il JSC insista su una completa liberatoria se non si profilasse una questione di diritti. Inoltre sia la società di costruzioni (Taisei) sia quella di design (Azusa Sekkei) si erano occupate dei dettagli di realizzazione del progetto Hadid: le stesse due aziende sono passate a capofila del team che aveva invitato Kuma – rimasto fuori dalla competizione originaria – a creare il nuovo progetto poi approvato definitivamente a preferenza di uno rivale di Toyo Ito. Kuma e Ito, del resto, già dal 2014 avevano preso parte a una campagna dell’establishment del mondo giapponese dell’architettura contro il progetto “straniero”, in quando ritenuto faraonico e fuori contesto. La società di Hadid in un comunicato ha preannunciato una azione legale.

La replica di Kuma. In un incontro con la stampa straniera, Kengo Kuma ha illustrato il “suo” stadio enfatizzando alcuni obiettivi primari, come l’inserimento armonico nel contesto ambientale, con un’enfasi sul “greenery” e sull’utilizzo di materiali della tradizione nipponica come il legno. E ha negato in modo reciso di aver copiato. “Vorrei dire anzitutto che il design di Hadid era meraviglioso, unico e perfettamente rappresentativo della sua filosofia. Ma basta dare un’occhiata per avere impressioni molto diverse dai due progetti. Sono due concept completamente differenti”, ha dichiarato. Mentre il design “a sella” di Hadid implica una struttra a lati ascendenti, Kuma ha cercato di rendere l’edificio il piu’ basso (circa 20 metri in meno) e piatto possibile, per limitare l’impatto ambientale e i costi.
Alcune caratteristiche non possono che essere simili, ha aggiunto Kuma, in quanto l’esigenza fondamentale di consentire agli spettatori una visione ravvicinata impone una struttura a tre anelli, mentre il layout di posti e accessi deve rientrare sotto le stringenti regolamentazioni sulla sicurezza.
Il suo progetto ha un costo di realizzazione stimato in 149 miliardi di yen, mentre quello di Hadid – all’inizio ipotizzato in 152 miliardi di yen – aveva visto lievitare i costi di costruzione stimati a circa 252 miliardi di yen principalmente a causa – si disse – del design troppo ambizioso.

L’ombra di Gae Aulenti? In questa vicenda le certezze sono due ma aleggia un insidioso punto di domanda. Prima certezza: effettivamente i costi (non solo quelli dello Stadio) furono sottostimati e tutto il piano Olimpiadi – nell’ansia di ottenere la vittoria per la candidatura di Tokyo – fu caratterizzato da un “dolus bonus” del venditore sia presso l’organismo internazionale preposto a decidere sia presso l’opinione pubblica interna. Anche il concept generale dell’ “Olimpiade più compatta della storia” sta evaporando, visto che per frenare l’ascesa dei costi probabilmente alcune competizioni si terranno fuori dal ristretto perimetro urbano che era stato identificato come “venue”. Seconda certezza: è chiaro che la rivolta del mondo dell’architettura giapponese – che si era sentito umiliato – ha avuto un ruolo nel premere sull’opinione pubblica, con riflessi politici: Abe rischiava di perdere consensi popolari di fronte a un pubblico decisamente contrario al costoso gigantismo olimpico di fronte alla crescita già in atto di debito pubblico, imposte sui consumi e contributi.
Un’interpretazione maliziosa introduce però a considerare un altro elemento. Lo Stadio Olimpico che sorgerà nel luogo di quello (abbattuto) delle Olimpiadi 1964 si trova in un vecchio quartiere della metropoli non distante dal Meiji Jingu, uno dei più importanti templi del Paese: quello della famiglia imperiale, dedicato al bisnonno dell’attuale imperatore. La cagnara sul presunto design-monstre di Hadid come avulso dal contesto ambientale finisce per ricordare quella che alcuni anni fa investì di polemiche l’edificio dell’Istituto Italiano di cultura di Tokyo disegnato da Gae Aulenti. Un palazzo che molti considerano splendido, situato in una zona che rappresenta un altro “sancta sanctorum” della giapponesità: tra il Palazzo imperiale e il tempio nazionalista Yasukuni. Il problema divenne il suo colore rosso, scelto dalla Aulenti come omaggio alla tradizione giapponese del laccato e dei “torii”. Senonché il portale del tempio Yasukuni non è rosso: questo colore manca completamente nell’area, anche se si ritrova altrove. Così ci furono raccolte di firme nel quartiere di Chiyoda, promosse dal presidente onorario dello Yumiuri Shimbun, e un paio di ministri dichiararono che l’edificio disturbava l‘armonia e avrebbe dovuto essere modificato. Un’umiliazione per noi italiani, che ci vantiamo dell’eccellenza del nostro design, senza contare che l’urbanistica di Tokyo è totalmente disarmonica.

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