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Fabbricati collabenti (ruderi) – disciplina catastale, edilizia e fisco

Fabbricati collabenti (ruderi) – disciplina catastale, edilizia e fisco

Posted on giugno 22, 2016 by in Uncategorized with no comments

Nell’ambito delle categorie catastali, la categoria F/2 – “Unità collabenti, riguarda quelle unità immobiliari che, prese nello stato in cui si trovano, non sono in grado di produrre reddito: unità immobiliari fatiscenti, ruderi, unità immobiliari demolite parzialmente, con il tetto crollato.
Questa pagina informativa chiarisce tutto quello che c’è da sapere riguardo ai fabbricati fatiscenti o inagibili, crollati e/o parzialmente demoliti. Viene trattata la normativa catastale, i presupposti e le modalità per l’iscrizione in catasto, le dichiarazioni catastali da inserire negli atti di compravendita o trasferimento, i titoli abilitativi edilizi necessari per l’intervento di ripristino, le condizioni per usufruire delle agevolazioni per gli interventi di ristrutturazione o di risparmio energetico, l’imponibilità ai fini IMU.

NORMATIVA CATASTALE SUI FABBRICATI COLLABENTI – L’art. 2, comma 1, del D.M. 02/01/1998, n. 28, dispone: “L’unità immobiliare è costituita da una porzione di fabbricato, o da un fabbricato, o da un insieme di fabbricati ovvero da un’area, che, nello stato in cui si trova e secondo l’uso locale, presenta potenzialità di autonomia funzionale e reddituale.”.
Il successivo art. 3, comma 2, relativo agli immobili oggetto di censimento, dispone che ai soli fini della loro identificazione – ai sensi del successivo art. 4 in base al quale “A ciascuna unità immobiliare e comunque ad ogni bene immobile, quando ne occorra l’univoca individuazione, è attribuito un identificativo catastale” –possono formare oggetto di iscrizione in catasto, tra l’altro, costruzioni inidonee ad utilizzazioni produttive di reddito, a causa dell’accentuato livello di degrado. In questi casi non viene pertanto attribuita una rendita catastale, ma viene prevista semplicemente la descrizione dei caratteri specifici e della destinazione d’uso.
Per tali immobili sussiste quindi una possibilità, e non un obbligo, di iscrizione in catasto.

PRESUPPOSTI PER L’ISCRIZIONE IN CATASTO – A tale proposito, nella Nota della Direzione catasto e cartografia dell’Agenzia delle entrate 30/07/2013, n. 29439 viene precisato che l’iscrizione nella categoria F/2 prevede la presenza di un fabbricato che abbia perso del tutto la sua capacità reddituale. Da ciò consegue che la stessa categoria non è ammissibile, ad esempio, quando l’unità che si vuole censire risulti ascrivibile in altra categoria catastale, ovvero, non sia individuabile e/o perimetrabile. Il menzionato documento chiarisce in proposito che si considerano non individuabili e non perimetrabili, le costruzioni ed i manufatti che siano:

  • privi totalmente di copertura e della relativa struttura portante o di tutti i solai;
  • delimitati da muri che non abbiano almeno l’altezza di un metro.

Qualora pertanto non siano verificati i presupposti di individuazione e/o perimetrazione dell’immobile, non sarà possibile la dichiarazione dell’immobile al catasto fabbricati. In presenza invece di detti requisiti sono censibili in catasto fabbricati anche le costruzioni già censite al catasto terreni come fabbricato diruto o simili, o anche fabbricati già accatastati in altra categoria ma che abbiano in seguito perso ogni potenzialità di produrre reddito a causa del parziale crollo.
È appena il caso di specificare come non rientrino in queste fattispecie immobili quali tettoie, depositi, rimesse ed altri cespiti produttivi di reddito, per i quali sussiste l’obbligo di accatastamento con attribuzione di rendita.
A proposito di casi particolari, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 27/E del 13/06/2016 (punto 1.1) ha chiarito a titolo esemplificativo che un’abitazione con muri perimetrali e interni sostanzialmente integri, ma totalmente priva della copertura, ed un fabbricato produttivo con pilastri, travi e muri perimetrali integri, ma privo della copertura, soddisfano i presupposti di individuazione e/o perimetrazione del cespite e pertanto; quando lo stato di fatto non consenta comunque l’iscrizione in altra categoria catastale – risulta attribuibile la destinazione F/2.

MODALITÀ PER L’ACCATASTAMENTO – Occorre in proposito fare riferimento alle modalità semplificate per la denuncia delle costruzioni di scarsa rilevanza cartografica o censuaria di cui all’art. 7 del D.M. 28/1998, ed all’art. 6, comma 1, lettera c) del medesimo decreto, secondo il quale tali modalità possono essere utilizzate, tra l’altro, per “le costruzioni non abitabili o agibili e comunque di fatto non utilizzabili, a causa di dissesti statici, di fatiscenza o inesistenza di elementi strutturali e impiantistici, ovvero delle principali finiture ordinariamente presenti nella categoria catastale, cui l’immobile è censito o censibile, ed in tutti i casi nei quali la concreta utilizzabilità non è conseguibile con soli interventi edilizi di manutenzione ordinaria o straordinaria. In tali casi alla denuncia deve essere allegata una apposita autocertificazione, attestante l’assenza di allacciamento alle reti dei servizi pubblici dell’energia elettrica, dell’acqua e del gas”.
Pertanto il professionista che predispone la dichiarazione deve:

  • redigere specifica relazione riportante lo stato dei luoghi, con particolare riferimento alle strutture ed allo stato di conservazione del manufatto, accompagnata da idonea documentazione fotografica;
  • allegare autocertificazione del proprietario in merito all’assenza di allacciamento gas, acqua ed energia elettrica.

Va infine richiamata la Circolare dell’Agenzia del Territorio 26/11/2001, n. 9/T, la quale specifica che per le unità ascrivibili alle categorie “fittizie” (F/1 – area urbana, F/2 – unità collabenti, F/3 – unità in corso di costruzione, F/4 – unità in corso di definizione ed F/5 – lastrico solare) la presentazione delle planimetrie non è mai prevista.

COMPRAVENDITA E DICHIARAZIONI CATASTALI – L’art. 19 del D.L. 31/05/2010, n. 78 prevede come noto che gli atti pubblici o scritture private aventi ad oggetto diritti reali su fabbricati, a pena di nullità, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, oltre all’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale.
A tal proposito la Circ. Ag. Territorio 09/07/2010, n. 2 ha chiarito che sono esclusi dall’obbligo, tra gli altri, i fabbricati iscritti in catasto come “unità collabenti”, in quanto non più abitabili o servibili all’uso cui sono destinati.

INTERVENTI EDILIZI   La ricostruzione di un rudere non può essere tecnicamente considerata un intervento di “demolizione e ricostruzione (che rientra nella categoria degli interventi di “ristrutturazione edilizia” ai sensi dell’art. 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. 380/2001), ma può ugualmente rientrare nel concetto di “ristrutturazione edilizia” poiché la stessa comprende anche “interventi volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
La presenza di prove certe che consentano di verificare la consistenza preesistente dell’edificio è pertanto indispensabile per poter qualificare l’intervento di ricostruzione come ristrutturazione edilizia e quindi per poterlo eseguire tramite presentazione della SCIA. In difetto – come spiegato chiaramente anche dalla Corte di Cassazione con le sentenze della III sezione penale 30/09/2014, n. 40342 e 08/10/2015, n. 45147 – l’intervento va qualificato come nuova costruzione e va pertanto richiesto il permesso di costruire.
Si ricorda poi che il citato art. 3, comma 1, lettera d), del D.P.R. 380/2001 dispone che “con riferimento agliimmobili sottoposti a vincoli (…) gli interventi di (…) ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente”. Con riferimento agli immobili non vincolati resta invece l’unico limite di rispettare la preesistente volumetria dell’edificio oggetto di ricostruzione.
Alla luce di quanto chiarito, è appena il caso di segnalare che in nessun caso un fabbricato “collabente” può essere oggetto di interventi di “manutenzione ordinaria” o “manutenzione straordinaria” o “restauro e risanamento conservativo” (art. 3, comma 1, lettere a), b) e c), del D.P.R. 380/2001), dal momento che queste categorie di intervento postulano la preesistenza di un organismo edilizio ultimato ed operativo, di cui si intende conservare o rinnovare la funzionalità.

AGEVOLAZIONI PER RISTRUTTURAZIONI E RISPARMIO ENERGETICO –  Le agevolazioni in parola presuppongono l’intervento su un edificio “preesistente”. A tale proposito l’Agenzia delle entrate, con laRisoluzione n. 215/E del 12/08/2009, ha chiarito che “la condizione di inagibilità del fabbricato conseguente agli eventi sismici, da cui deriva la classificazione catastale di unità collabente (F/2), non esclude che lo stesso possa essere considerato come edificio esistente, trattandosi di un manufatto già costruito e individuato catastalmente, seppure non suscettibile di produrre reddito”.
Quanto invece in maniera più specifica agli interventi finalizzati al risparmio energetico, questi presuppongono in alcuni casi che gli edifici presentino specifiche caratteristiche (per esempio, essere già dotati di impianto di riscaldamento, presente anche negli ambienti oggetto dell’intervento, tranne quando si installano pannelli solari). Per determinare il soddisfacimento del requisito in questione, la medesima Risoluzione n. 215/E del 12/08/2009 ha chiarito che occorre fare riferimento al D. Leg.vo 192/2005, il quale al punto l-tricies) dell’art. 2 definisce “impianto termico” come “impianto tecnologico destinato ai servizi di climatizzazione invernale o estiva degli ambienti, con o senza produzione di acqua calda sanitaria, indipendentemente dal vettore energetico utilizzato, comprendente eventuali sistemi di produzione, distribuzione e utilizzazione del calore nonché gli organi di regolarizzazione e controllo. Sono compresi negli impianti termici gli impianti individuali di riscaldamento. Non sono considerati impianti termici apparecchi quali: stufe, caminetti, apparecchi di riscaldamento localizzato ad energia radiante; tali apparecchi, se fissi, sono tuttavia assimilati agli impianti termici quando la somma delle potenze nominali del focolare degli apparecchi al servizio della singola unità immobiliare è maggiore o uguale a 5 kW. Non sono considerati impianti termici i sistemi dedicati esclusivamente alla produzione di acqua calda sanitaria al servizio di singole unità immobiliari ad uso residenziale ed assimilate”.

IMU – Relativamente all’Imposta municipale propria (IMU), i fabbricati collabenti, essendo sprovvisti di rendita catastale, non sono soggetti in quanto privi dell’attitudine contributiva ai fini IMU. Tuttavia occorre anche in questo caso fare un “distinguo”: un manufatto collabente ma ancora in piedi non produce reddito IMU, mentre un manufatto già quasi raso al suolo, magari solo con poche file di mattoni fuori terra, non può più essere considerato un fabbricato e va invece valutato come area edificabile, con conseguente imponibilità sotto questo profilo (vedi Corte di Cassazione, sentenza n. 4308/2010).
Quanto invece ai fabbricati non accatastati come “collabenti” ma semplicemente inagibili o inabitabili, questi pagano l’IMU con base imponibile ridotta al 50%, così come viene previsto dall’articolo 13, comma 3, del D.L. 201/2011, convertito dalla L. 214/2011). In questo ambito le situazioni che devono essere tenute presenti sono quindi l’inagibilità e l’inabitabilità dei fabbricati: il primo è un requisito di natura statica intrinseco al fabbricato, cioè connesso a pericoli per l’incolumità derivanti da carenze strutturali. Inabitabili sono invece i fabbricati che, pur essendo staticamente idonei, si trovano però ad essere privi delle caratteristiche igienico-sanitarie che li rendano fruibili (ad esempio, l’acqua corrente o i vetri alle finestre). La normativa in materia di IMU equipara l’inagibilità all’inabitabilità, così come in precedenza avveniva per l’ICI (art. 8 del D. Leg.vo 504/1992).
Ai fini IMU però, per ottenere il riconoscimento della riduzione della base imponibile, ai due presupposti dell’inagibilità o dell’inabitabilità deve aggiungersi un terzo requisito e cioè che i fabbricati devono essere “di fatto non utilizzati: ciò significa che, se un’unità immobiliare considerata non agibile è comunque utilizzata (circostanza desumibile ad esempio dai consumi di acqua e luce), l’IMU deve essere versata con base imponibile piena.
Per ottenere la riduzione della base imponibile al 50%, è essere necessaria una documentazione prodotta a cura dell’ufficio tecnico comunale, con perizia i cui costi sono da porre a carico del proprietario. In alternativa, è sufficiente una dichiarazione sostitutiva così come previsto dall’art. 48 del D.P.R. 445/2000 (con dichiarazioni mendaci punite come falso ideologico).
Va anche tenuto conto che i comuni possono arginare le manovre di chi ritiene di abbassare la base imponibile attraverso situazioni di degrado scaturenti da mancata manutenzione: l’ultima parte della lettera b) del comma 3 dell’art. 13 in commento prevede infatti che gli enti locali possano specificare in appositi atti quali situazioni di fatiscenza sopravvenuta non siano superabili con interventi di manutenzione. Da tale norma si ricava che il comune ha il potere di ritenere elusivo del dovere fiscale la mera negligenza nella manutenzione, come la mancata sostituzione di vetri rotti o l’assenza di espurgo fognario. Questi comportamenti non sono quindi utili per ottenere un’inabitabilità e la riduzione della base imponibile IMU.

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Il Tunnel di Base del Gottardo protagonista di ExpoTunnel 2016

Il Tunnel di Base del Gottardo protagonista di ExpoTunnel 2016

Posted on giugno 21, 2016 by in Uncategorized with no comments

Definita la più grande opera di ingegneria del ventunesimo secolo, la Galleria di Base del Gottardo sarà al centro di un importante convegno in programma alla prossima edizione di ExpoTunnel 2016.

Il 1° giugno scorso è stata inaugurata laGalleria del Tunnel di Base del Gottardo, una delle più grandi opere ingegneristiche mai realizzate e il tunnel ferroviario più lungo del mondo.

Come è giusto che sia, il Tunnel di Base del Gottardo sarà il grande protagonista diExpoTunnel, il Salone delle Tecnologie per il Sottosuolo e delle Grandi Opere, che dedicherà all’opera un convegno specifico all’interno del suo ricco programma di conferenze.

Programmato per il 20 ottobre 2016, il convegno dal titolo “Gottardo: un anello per l’Europa” sarà organizzato in collaborazione con CERTeT – Università Bocconi e Ambasciata Svizzera in Italia e coordinato dal Prof. Lanfranco Senn, responsabile scientifico del CERTeT.

Partendo dall’inaugurazione del Tunnel, il convegno affronterà con un taglio ampio le possibilità di finanziamento e le ricadute economiche sul territorio con i diversi attori che hanno svolto un ruolo importante: istituzioni, soggetti economici, aziende costruttrici.

Il Nuovo corridoio multimodale Italia-Svizzera sarà oggetto di un convegno di approfondimento su un caso internazionale di assoluta rilevanza, non solo per le implicazioni nell’edilizia e nelle grandi opere ma anche per lo sviluppo territoriale che coinvolge il trasporto ferroviario e su gomma di merci e persone, l’alta velocità, i porti e gli interporti, la governance dei territori. Un “anello” che corre dai porti liguri del Nord Ovest dell’Italia fino al Nord Europa (Corridoio TNT Genova-Rotterdam).

Il Nuovo corridoio multimodale Italia-Svizzera è un progetto internazionale di rilevanza europea che coinvolge direttamente l’Italia ed è collegato alla realizzazione di importantiopere infrastrutturali di tipo tunnelling (Terzo Valico). Secondo dati CERTeT: si tratta di interventi in grado di incidere sulla competitività del corridoio Reno Alpi nel Nord Ovest d’Italia fra il 2021 e il 2025.

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Inceneritori: l’Italia ha bisogno di 15 nuovi impianti? Cosa prevede il referendum del 2017

Inceneritori: l’Italia ha bisogno di 15 nuovi impianti? Cosa prevede il referendum del 2017

Posted on giugno 14, 2016 by in Uncategorized with no comments

Contro l’emanando decreto attuativo dell’art. 35 del c.d. “Sblocca Italia” è stato richiesto un referendum abrogativo per il quale è in corso una raccolta di firme: le ragioni a favore e contro la questione dei 15 nuovi inceneritori.

 

In attuazione dell’art. 35 del c.d. Sblocca-Italia, un emanando DPCM propone la ricognizione degli impianti di incenerimento di rifiuti (in esercizio o autorizzati a livello nazionale), e la conseguenziale costruzione di 15 nuovi inceneritori di rifiuti urbani e assimilabili volti a coprire il “fabbisogno residuo”, per bruciare 2 milioni di tonnellate di rifiuti in più all’anno (il 30% in più sui quantitativi attuali).

Non tutti sono d’accordo, però, dato che, da un lato, Lombardia e Campania in sede di Conferenza Unificata hanno espresso parere contrario sulla bozza del decreto e, dall’altro, si stanno raccogliendo le firme per abrogare la norma: la questione è divenuta, infatti, l’oggetto dei uno sei “Referendum Sociali”, da votare nella primavera 2017: 4 sulla Buona Scuola, 1 su Trivelle Zero, 1 su una petizione popolare che riconosca gli esiti del referendum 2011 contro i nuovi  provvedimenti di privatizzazione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali(riaffermando il principio che l’acqua è un bene comune) e 1 sugli inceneritori.

Ma questa opposizione agli inceneritori è solo un altro caso di “sindrome di nimby” (“non nel mio giardino”), oppure, come dicono taluni esperti, i nuovi impianti avrebbero davvero impatti negativi sull’ambiente? E, poi, una scelta del genere non va in direzione opposta alle strategie Ue sull’economia circolare che spingono, invece, sulla raccolta differenziata? E in definitiva, il sistema italiano di gestione dei rifiuti ne ha davvero bisogno?

 

L’emanando DPCM e la previsione di 15 nuovi inceneritori

È in corso di emanazione un decreto attuativo dell’art. 35 del c.d. “Sblocca Italia” (DL n.  133/2014) che reca “individuazione della capacità complessiva di trattamento degli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e assimilabili in esercizio o autorizzati a livello nazionale”.

Lo schema del DPCM, che prevede la realizzazione di 15 nuovi inceneritori nelle regioni del centro-sud-isole, è stato già esaminato dalla Conferenza Stato-Regioni, e su di esso, dopo una serie di opposizioni da parte di 6 Regioni e successivi emendamenti apportati al testo, è stato espresso parere positivo, anche se sono ancora contrarie la Lombardia e la Campania. L’ultima seduta in cui se ne è discusso risale al 4 febbraio 2016 e, nell’occasione, il MATTM ha dato il suo assenso alla richiesta istitutiva di un Comitato, presso la Conferenza Stato-Regioni, per la gestione integrata ed efficiente del ciclo dei rifiuti.

Successivamente, in accoglimento di una richiesta formulata dalle Regioni, il MATTM ha informato di aver sottoposto lo schema di DPCM alla procedura di verifica di assoggettabilità alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica), secondo la disciplina di cui all’art. 12 del D.Lgs. n. 152/2006 (Testo unico ambientale), al fine di accertare gli impatti significativi sull’ambiente della sua attuazione.

 

L’art. 35 dello Sblocca Italia

Alla base della questione, dunque, c’è una norma dello “Sblocca Italia”, cioè l’art. 35 del decreto-legge n. 133/2014 promosso dal Governo, convertito con la Legge n. 164/2014 (“Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività’ produttive” – Gazzetta Ufficiale 11 novembre 2014, n. 262).

 

La richiesta di refrendum abrogativo

Per comprendere meglio i motivi che hanno spinto il “Comitato Sì blocca inceneritori” a presentare la richiesta per avviare la raccolta firme a sostegno di un referendum abrogativo, appare opportuno leggere direttamente il testo dell’art. 35 (commi 1-5, 8-9):

Art. 35 (Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio. Misure urgenti per la gestione e per la tracciabilità dei rifiuti nonché per il recupero dei beni in polietilene)

Comma 1. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con proprio decreto, individua a livello nazionale la capacita’ complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati a livello nazionale, con l’indicazione espressa della capacita’ di ciascun impianto, e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalita’ di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale. Gli impianti cosi’ individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.

Comma 2. Ai medesimi fini di cui al comma 1, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, effettua la ricognizione dell’offerta esistente e individua, con proprio decreto, il fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni; sino alla definitiva realizzazione degli impianti necessari per l’integrale copertura del fabbisogno residuo cosi’ determinato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono autorizzare, ove tecnicamente possibile, un incremento fino al 10 per cento della capacita’ degli impianti di trattamento dei rifiuti organici per favorire il recupero di tali rifiuti raccolti nel proprio territorio e la produzione di compost di qualita’.

Comma 3. Tutti gli impianti di recupero energetico da rifiuti sia esistenti sia da realizzare sono autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall’articolo 237-sexies del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, qualora sia stata valutata positivamente la compatibilita’ ambientale dell’impianto in tale assetto operativo, incluso il rispetto delle disposizioni sullo stato della qualita’ dell’aria di cui al decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le autorita’ competenti provvedono ad adeguare le autorizzazioni integrate ambientali degli impianti esistenti, qualora la valutazione di impatto ambientale sia stata autorizzata a saturazione del carico termico, tenendo in considerazione lo stato della qualita’ dell’aria come previsto dal citato decreto legislativo n. 155 del 2010.

Comma 4. Gli impianti di nuova realizzazione devono essere realizzati conformemente alla classificazione di impianti di recupero energetico di cui alla nota 4 del punto R1 dell’allegato C alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni.

Comma 5. Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, per gli impianti esistenti, le autorita’ competenti provvedono a verificare la sussistenza dei requisiti per la loro qualifica di impianti di recupero energetico R1 e, quando ne ricorrono le condizioni e nel medesimo termine, adeguano in tal senso le autorizzazioni integrate ambientali.

[omissis]

Comma 8. I termini per le procedure di espropriazione per pubblica utilità degli impianti di cui al comma 1 sono ridotti della metà.

Nel caso tali procedimenti siano in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono ridotti di un quarto i termini residui. I termini previsti dalla legislazione vigente per le procedure di valutazione di impatto ambientale e di autorizzazione integrata ambientale degli impianti di cui al comma 1 si considerano perentori.

Comma 9. In caso di mancato rispetto dei termini di cui ai commi 3, 5 e 8 si applica il potere sostitutivo previsto dall’articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131.

[omissis]

 

I punti critici

Proviamo adesso a tradurre il “burocratese” che caratterizza la norma, sintetizzandone i contenuti e individuando i punti critici che sono anche alla base dello specifico quesito referendario promosso dal “Comitato Sì blocca inceneritori”. L’annuncio della richiesta del referendum abrogativo e del deposito del quesito è stata pubblicata in Gazzetta (GU n.70 del 24-3-2016).

Il Comma 1 dell’art. 35 ha demandato a un ulteriore decreto (adottato dal Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Ambiente, quindi un DPCM) il compito di individuare a livello nazionale la “capacità complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento che siano già in esercizio o autorizzati a livello nazionale”.

Si tratta del DPCM di cui si è già parlato, il quale, ha il compito di:

  • indicare la capacità di ciascun impianto;
  • individuare gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati (cioè i “termovalorizzatori”) da realizzare per coprire il fabbisogno residuo;
  • determinare tale “fabbisogno residuo” con finalità di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale e nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale;
  • stabilire che questi impianti così individuati costituiscano “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”.

Il primo aspetto criticato è proprio questo approccio strategico del Governo, introdotto peraltro con un decreto d’urgenza, che formula l’assioma della necessità di attuare una ricognizione nazionale del “fabbisogno residuo” degli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e assimilati, ricognizione che, di fatto, diviene la base per la costruzione di nuovi impianti.

La critica è estesa, pertanto, anche all’analoga introduzione della necessità di individuare un “fabbisogno residuo” anche per gli impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti solidi urbani (c.d. FORSU), criticandone anche lo spostamento della decisione dal livello regionale a quello statale.

Un ulteriore aspetto criticato è sempre relativo all’impostazione concettuale della norma, impostazione dalla quale, però, discendono conseguenze pratiche: la critica è rivolta al fatto che la norma autorizzi il funzionamento “saturazione del carico termico” degli impianti di recupero energetico da rifiuti (termovalorizzatori) sia esistenti sia da realizzare. In pratica si autorizzano gli impianti  ad aumentare la propria capacità comburente, richiedendo così una maggiore quantità dei rifiuti da incenerire. Il deputato Grimoldi, replicando alla risposta del Ministro Galletti alla interrogazione parlamentare n. 3-02072 del 2 marzo 2016, ha così sintetizzato questo aspetto: “nell’articolo 35 dello «sblocca Italia», oltre che nel Piano nazionale dei termovalorizzatori, la cosa più drammatica è che voi avete messo il funzionamento degli inceneritori fino a saturazione del carico termico, che tradotto vuol dire: se io avessi un’automobile, invece che rispettare i limiti di velocità a 120-130 chilometri all’ora, se l’automobile può andare a 260, vado a 260 chilometri orari!”

Altra critica viene rivolta al fatto che tale modifica richiede un adeguamento delle Autorizzazioni integrate ambientali.

Se da un lato, poi, come accennato, la norma ha classificato questi impianti di incenerimento come “infrastrutture e insediamenti di strategici di preminente interesse nazionale” – comportandone la sottrazione alla procedura della VAS, che richiede un esame più approfondito e, soprattutto, consentirebbe a cittadini, comitati, associazioni ed  Enti Locali di presentare le loro osservazioni in modo concreto – dall’altro lato ha anche previsto quasi un dimezzamento dei tempi per la procedura di espropriazione (o comunque la riduzione di un quarto dei tempi per i procedimenti in corso): anche questi aspetti sono criticati, in particolare dai promotori del referendum.

Infine, ultimo punto dolente è quello della previsione del potere sostitutivo dello Stato: l’art. 35, prevede, infatti che se le Regioni non rilasciano la Valutazione di impatto ambientale (VIA) o l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) agli impianti nei termini previsti come perentori, possa intervenire in sostituzione lo Stato.

 

A favore degli inceneritori: le ragioni del No al quesito referendario

A spiegare gli intenti e i benefici del provvedimento ha provveduto di recente, il 19 aprile 2016, il Sottosegretario all’ambiente Silvia Velo, la quale ha risposto congiuntamente a una serie di interpellanze e interrogazioni (interpellanza Scotto ed altri n. 2-01232; interrogazioni Carrescia ed altri n. 3-02188, Terzoni ed altri n. 3-02191, Piras ed altri n. 3-02194, Zolezzi ed altri n. 3-02195; Zolezzi ed altri n. 3-02196) concernenti orientamenti in relazione alla realizzazione del sistema integrato di gestione dei rifiuti di cui all’articolo 35 del DL n. 133/2014, con particolare riferimento ai profili riguardanti gli impianti di incenerimento.

Nell’occasione, il Sottosegretario Velo ha innanzitutto spiegato che l’emanando DPCM non  modifica il Testo unico ambientale e che quindi “rimane incardinata” in capo alle Regioni l’attuazione e la completa implementazione sul territorio delle scelte strategiche che il legislatore nazionale ha affidato al Governo con l’art. 35, comma 1, del cd. «Sblocca Italia». In merito, il Sottosegretario tranquillizza: “le amministrazioni territoriali, regioni, province e comuni sono le autorità competenti anche a rilasciare le autorizzazioni per la realizzazione e la gestione degli impianti suddetti. Il ruolo strategico degli enti territoriali non viene, quindi, scavalcato, ma solamente orientato dai contenuti programmatici generali di livello nazionale, che dovrà recare il decreto attuativo della citata disposizione legislativa.

Detto ciò, il Sottosegretario Velo è entrata nello specifico contenuto del DPCM.

A suo avviso, nel determinare il fabbisogno residuo di incenerimento, lo schema dell’emanando decreto rispetterebbe in modo rigoroso le vigenti previsioni di legge:

  • individuando puntualmente la capacità attuale di trattamento nazionale degli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani assimilati e,
  • conseguentemente, quantificando il fabbisogno residuo di incenerimento nazionale da soddisfare e la successiva ripartizione della capacità impiantistica necessaria per macroaree e regioni, nel rispetto comunquedegli obiettivi di legge di raccolta differenziata e riciclaggio, tenendo conto della esistente pianificazione regionale.

In ogni caso, l’individuazione del fabbisogno nazionale di incenerimento sarebbe stata effettuata tenendo in considerazione ogni singola pianificazione regionale vigente, nonché tutti i dati aggiornati, specificatamente forniti dalle regioni nel corso delle riunioni a livello tecnico e politico della Conferenza Stato-regioni, in ordine agli obiettivi di riduzione della produzione dei rifiuti in termini quantitativi, agli obiettivi di raccolta differenziata, più ambiziosi rispetto all’obiettivo minimo di legge del 65%, alle attuali forme di gestione dei rifiuti urbani raccolti in modo indifferenziato, nonché agli aggiornamenti delle autorizzazioni di cui ai commi 3 e 5 dell’art. 35 da parte delle autorità competenti.

L’individuazione della capacità attuale di trattamento degli impianti di incenerimento di rifiuti urbani assimilati in esercizio o autorizzati, sarebbe invece stata effettuata sulla scorta dei dati ISPRA e Federambiente, nonchédei dati forniti dalle stesse regioni e province autonome: sotto tale punto di vista, il Ministero dell’ambiente può solo svolgere una funzione di raccordo di tutte le informazioni già disponibili e pubblicate.

Il Sottosegretario Velo ha sottolineato, poi, che il ricorso al recupero energetico tramite l’impiantistica di incenerimento non è in alcun modo inteso come strumento alternativo all’implementazione e incentivazione della raccolta differenziata e del riciclaggio dei rifiuti.

La finalità del DPCM è, infatti, quella di:

  • ridurre il conferimento di rifiuti in discarica, calcolato a una percentuale massima del 10%,
  • sfruttare al meglio la rete impiantistica nazionale già esistente, delineando così una potenziale linea strategica nazionale di medio-lungo termine sulla gestione dei rifiuti per gli anni a venire, in ottemperanza all’obiettivo di ottimizzazione della rete infrastrutturale dedicata al recupero energetico su scala nazionale, previsto nell’ambito del pacchetto sull’economia circolare, presentato dalla Commissione il 2 dicembre scorso e in fase di consultazione.

Con particolare riferimento alla strategia nazionale delineata dalla disposizione dei decreti attuativi dello «Sblocca Italia», il MATTM – come accennato – ha accolto la richiesta della Conferenza Stato-regioni di istituire un Comitatopresso la Conferenza stessa per la gestione integrata ed efficiente del ciclo dei rifiuti: tale comitato avrà funzioni istruttorie, di raccordo e di coordinamento e concorrerà ad ottimizzare l’efficacia del sistema integrato di gestione dei rifiuti e assicurerà il monitoraggio e il coordinamento a livello nazionale per l’attuazione delle politiche di gestione dei rifiuti.

Il Sottosegretario Velo ritiene, pertanto, che le disposizioni introdotte nell’emanando DPCM, finalizzate a garantire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza della gestione dei rifiuti, oltre a dare piena attuazione a quanto previsto dal legislatore nazionale, rappresentino altresì una concretaattuazione della normativa europea in tema di gestione degli stessi, perfettamente coerente con i criteri stabiliti dall’articolo 4 della direttiva quadro.

Infine, e questa è stata una interessante novità annunciata proprio in questa occasione e che accoglie una delle richieste formulate dalle Regioni, il Sottosegretario Velo ha fatto presente che lo schema di DPCM è attualmente oggetto della procedura di verifica di assoggettabilità a VAS, secondo la disciplina di cui all’art. 12 del D.Lgs. n. 152/2006 (Testo unico ambientale): tale procedura prevede la conclusione del relativo procedimento entro 90 giorni dall’acquisizione dell’istanza di assoggettabilità da parte dell’autorità competente, avvenuta il 17 marzo scorso.

Comunque, il Ministero dell’ambiente valuterà anche il potenziamento di tutti gli strumenti necessari finalizzati a rafforzare in termini di efficacia, efficienza ed economicità il sistema di gestione dei rifiuti nell’ambito appunto dell’istituendo Comitato.

 

Contro gli inceneritori: le ragioni del Sì al quesito referendario

Riepilogando, chi si oppone al progetto del Governo è contrario al piano di costruzione dei nuovi inceneritori, contenuto nell’emanando DPCM: si tratterebbe di 15 nuovi impianti che si andrebbero ad aggiungere ai 40 già i funzione e ai 6 autorizzati ma non ancora esercizio (altri 9 sono già in previsione per la costruzione).

L’art. 35 dello Sblocca Italia contravverrebbe decisamente al principio della “gerarchia dei rifiuti” prevista dalla direttiva quadro 98/2008, recepita dal TUA (Dlgs n. 152/2006), che nell’ordine delle opzioni ambientali che devono essere seguite nel gestire i rifiuti pone al penultimo posto – prima della discarica – la possibilità del recupero energetico tramite combustione dei materiali post consumo (cioè, gli inceneritori/valorizzatori), laddove le prime opzioni da seguire sono rappresentate dalla prevenzione, dalla riduzione e dalla raccolta differenziata dei rifiuti: tutti obiettivi che verranno rimarcati dalle prossime riforme della normativa dei rifiuti, rivista alla luce del pacchetto Ue sull’economia circolare adottato dalla Commissione europea lo scorso dicembre: da questo punto di vista, nessun obbligo comunitario impone all’Italia di risolvere il problema della gestione dei rifiuti dotandosi di nuovi inceneritori.

Proprio con riferimento alla raccolta differenziata non si capisce  – dicono i contrari ai nuovi inceneritori – perchè la soglia del 65% della raccolta differenziata sia vista come un limite dal MATTM oltre il quale ci si debba affidare ad altre soluzioni, e non come un limite da superare (come già avviene in molti comuni virtuosi che hanno raggiunto punte dell’85%, nell’ottica di una società del riciclaggio, del riuso e del recupero dei rifiuti che fa da base a un’Europa a rifiuti zero: porre come base l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata – già ampiamente superato in diverse regioni – è un errore da cui discende una sovrastima dei quantitativi di rifiuti da bruciare in nuovi impianti.

Per gli oppositori, inoltre, l’art. 35 e l’emanando decreto sarebbero una risposta alle istanze di quelle imprese (a cominciare dai cementifici) che chiedono con forza nuovi quantitativi di combustibili da rifiuti (Css) da bruciare nei loro impianti, a discapito degli interessi della collettività e dell’ambiente, in un territorio, peraltro, già martoriato dalla presenza di discariche legali e non, siti contaminati da bonificare e impianti obsoleti dei quali si temeono già gli impatti sulla salute. Il tutto senza considerare che si tratta di una decisione presa senza che siano stati avviati processi partecipati e  condivisi tra enti e istituzioni locali, comitati e cittadini, associazioni e studiosi.

La richiesta di referendum mirerebbe, per i promotori, a riportare alle Regioni il potere di programmazione e gestione in materia di rifiuti, nel rispetto dell’art. 117 della Costituzione, restituendo agli amministratori pubblici e ai cittadini il diritto di decidere sul futuro dei propri territori: qualora si riuscissero a raccogliere le firme occorrenti (500mila: per adesso sono state superate le 300mila firme raccolte), i cittadini aventi diritto a partecipare al referendum, per abrogare la norma, dovranno rispondere “s씑 al quesito.

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Euro 2016: com’è lo Stade de Lyon, lo stadio di Belgio-Italia

Euro 2016: com’è lo Stade de Lyon, lo stadio di Belgio-Italia

Posted on giugno 13, 2016 by in Uncategorized with no comments

È lo stadio più costoso costruito per questa edizione del campionato europeo di calcio ed è anche l’ultimo a essere stato consegnato. Ecco com’è lo Stade de Lyon che stasera ospiterà il debutto “azzurro” a Euro 2016 con la sfida Belgio – Italia.

 

È lo stadio più costoso costruito per questa edizione del campionato europeo di calcio ed è anche l’ultimo a essere stato consegnato. Vediamo com’è lo Stade de Lyon che stasera ospiterà il debutto “azzurro” a Euro 2016 con la sfida Belgio-Italia

È il terzo stadio per capienza (58.585 persone) di tutta la Francia e molto probabilmente ospiterà la semifinale di Euro 2016. Quel che è certo è che stasera lo Stade de Lyon vedrà il debutto della nazionale azzurra con la sfida Belgio-Italia.

In attesa del calcio di inizio di Belgio-Italia, scopriamo qualche curiosità sullo Stade de Lyon: un po’ di storia, l’architettura, gli investimenti.

Storia

Dall’inizio del XXI secolo, il pubblico presente alle partite del club Olympique Lyonnais allo Stade de Gerland non è mai sceso sotto quota 30.000, posizionandosi sempre tra il 2° e il 4° posto in classifica per la sua base di tifosi. È considerando questo potenziale che il proprietario del club, Jean-Michel Aulas, ha deciso di commissionare, nel 2007, il progetto per un nuovo stadio con 60.000 posti a sedere, ambendo al primato nazionale.

Location

Non è solo al di fuori di Lione, lo Stade de Lyon rientra per un soffio all’interno del confine orientale del comune-satellite Décines-Charpieu. Il proprietario del club ha selezionato questo luogo a causa di esigenze di spazio: oltre a uno stadio enorme, voleva anche r costruire un centro di formazione e una zona commerciale. Il progetto si è dunque spostato a 12 chilometri a est del centro della città, ma comunque in una zona molto ben collegata. Gli automobilisti possono utilizzare la seconda tangenziale, che corre proprio accanto allo stadio. I pedoni possono semplicemente utilizzare il sistema fast-tram, che ha un nuovo terminal a pochi metri di distanza dallo Stade de Lyon.

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L’impronta idrica italiana

L’impronta idrica italiana

Posted on giugno 9, 2016 by in Uncategorized with no comments

Quanta acqua “bruciamo” nella scelta del cibo che mettiamo sulla tavola? Il nostro Paese è in testa alla classifica dei meno virtuosi in fatto di sprechi d’acqua nascosti.

C’è l’acqua che beviamo o facciamo scorrere dal rubinetto e c’è quella – “virtuale” – che è servita a produrre il cibo che mangiamo, o gli abiti che indossiamo. È soprattutto quest’ultimo, invisibile spreco a pesare sull’impronta idrica italiana: il nostro è il secondo Paese al mondo per volume di acqua dolce utilizzata in tutte le fasi di produzione dei beni di consumo, con il triste primato europeo di 2.232 metri cubi di acqua dolce l’anno pro capite.

Prima di noi, soltanto gli Stati Uniti, con 2.483 metri cubi di acqua annua a persona. Sono le cifre impressionanti contenute in Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro, del Barilla Center for Food & Nutrition (Fondazione BCFN), diffuse in occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2016.

L’impronta idrica del cibo che mangiamo, espressa in litri d’acqua per ogni litro o kg di alimento. Clicca sull’immagine per ingrandirla. | BCFN FOUNDATION 2015

QUESTIONE DI SCELTE. A pesare su questo bilancio è soprattutto una dieta sempre più lontana da quella mediterranea. Ai circa 2 litri di acqua al giorno che beviamo dobbiamo sommare i litri impiegati per far arrivare cibo sulle nostre tavole, che vanno dai 1500-2600 litri al giorno per i vegetariani, fino ai 4000-5400 per chi mangia molta carne. Un hamburger di 150 grammi “consuma” circa 2500 litri d’acqua (spesa, per esempio, per ricavare il foraggio da dare in pasto agli animali); un chilo di pasta, 1710 litri; un pomodoro, solo 13 litri.

IL NOSTRO CONTRIBUTO. Il consumo d’acqua virtuale contribusce per l’89% all’impronta idrica giornaliera del nostro Paese. Scegliere alimenti a basso impatto idrico è uno dei comportamenti che possiamo adottare per limitare gli sprechi. Sulla Terra circolano 1,4 miliardi di km cubi d’acqua, ma solo lo 0,001% di questi è disponibile per il consumo umano, e le risorse d’acqua sono destinate a diminuire del 20-40% entro fine secolo.

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IDEA.NET E’ REALTA’

IDEA.NET E’ REALTA’

Posted on giugno 8, 2016 by in Uncategorized with no comments

E’ nata  IDEA.NET, la rete di imprese con soggetto giuridico che unisce le competenze professionali di Istituto Delta srl (www.istitutodelta.it), Delta Engineering Services srl e Enecor srl (www.enecor.srl). Il gruppo raccoglie oltre 20 professionisti con decennale esperienza nel settore della Valutazione del rischio ambientale, ingegneria ambientale e bonifiche siti inquinati. Le tre imprese ferraresi si prefiggono inoltre la partecipazione a progetti internazionali nel settore e programmi di ricerca.


Il parco eolico più grande del mondo

Il parco eolico più grande del mondo

Posted on giugno 7, 2016 by in Uncategorized with no comments

L’impianto off-shore verrà completata entro il 2020 nei mari del Regno Unito e fornirà energia a circa un milione di case.

 

Sorgerà nel Regno Unito il parco eolico off-shore più grande del mondo: verrà completato entro il 2020 al largo delle coste dello Yorkshire, nel nord dell’Inghilterra, e avrà una capacità di 1,2 GW, sufficiente per alimentare un milione di abitazioni. La fattoria del ventocoprirà un’area marina di quasi 410 chilometri quadrati con 174 turbine eoliche ad asse orizzontale alte 190 metri.

UN GIGANTE NEI MARI DI SUA MAESTÀ. A rendere possibile l’Hornsea Project One è stata la partnership fra la compagnia danese Dong Energy e il governo britannico, le cui politiche in materia energetica hanno fortemente incentivato la crescita dell’eolico nel corso degli ultimi dieci anni. Una volta terminato, l’Hornsea diventerà il primo impianto eolico off-shore a superare la soglia di 1 GW, grazie ad aerogeneratori da 7 MW ciascuno.

Particolare non secondario, la sua costruzione creerà duemila nuovi posti di lavoro e, a regime, darà occupazione a trecento persone.

TREND IN CRESCENDO. Secondo i dati della British Wind Energy Association (BWEA), attualmente l’eolico copre il 10% del fabbisogno energetico del Regno Unito, percentuale destinata a salire grazie all’Hornsea Project One e ad altri generatori off-shore che, se non ci saranno intoppi, entreranno in funzione anch’essi per il 2020. La scelta dovrebbe aiutare la Gran Bretagna a limitare le emissioni di gas serra, in linea con gli impegni assunti in occasione dell’ultima conferenza sul cambiamento climatico tenutasi a Parigi (COP21).

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Riccione, il Comune paga i pensionati per sorvegliare i cantieri

Riccione, il Comune paga i pensionati per sorvegliare i cantieri

Posted on giugno 1, 2016 by in Uncategorized with no comments

Accordo tra il settore Lavori pubblici e una cooperativa di anziani: 11mila euro per controllare che tutto fili liscio.

RICCIONE – A volte capita che una passione diventi il tuo lavoro. In ogni città ci s’imbatte spesso nella figura degli anziani che, mani dietro la schiena, s’affacciano a un cantiere per osservare cosa sta accadendo. Curiosano tra i lavori in corso, danno consigli agli operai. Possono stare intere mattinate davanti alla rete per controllare che l’opera proceda. A Bologna li chiamano gli umarells. Ecco, a Riccione quello degli umarells è come un lavoro. Perché nel 2015 il Comune ha stanziato 11mila euro per retribuire pensionati che sorvegliassero i cantieri dei lavori in corso.

Accordo coi pensionati. Come riporta l’edizione di Rimini del Resto del Carlino, non essendo sempre possibile avere un dipendente presente a controllare il cantiere, il settore Lavori pubblici di Riccione ha stretto un accordo con la Cooperativa unitaria sociale pensionati srl per avere uomini che facciano da guardie ai lavori quando il personale non è presente. Di fatto, si tratta di controllare la condotta degli operai e riportarla al Comune e alle società incaricate dei lavori. La mansione specifica riguarda la “sabbia per i ripascimenti”. In sostanza, in un cantiere che deve scavare e rimuovere grandi quantità di sabbia, il pensionato deve vigilare e riportare il numero di camion che entrano ed escono dalla zona di scavi, per verificare che la sabbia rimossa sia riutilizzata nel rinascimento dell’arenile e non dispersa o destinata ad altri usi.

Undicimila euro. Per questo servizio, nell’anno che si sta per chiudere il Comune di Riccione ha destinato 11mila euro agli umarells controllori. La convenzione scadrà il 31 dicembre, dopodiché si vedrà. Se non sarà rinnovata, mettersi davanti al cantiere ad osservare i lavori, sapendo sempre quale sarebbe la cosa giusta che l’operaio dovrebbe fare, tornerà ad essere un passatempo.

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La scala sospesa nel vuoto che sfida la gravità e la statica delle costruzioni

La scala sospesa nel vuoto che sfida la gravità e la statica delle costruzioni

Posted on maggio 20, 2016 by in Uncategorized with no comments

Nel paesaggio incontaminato delle Fiandre, in Belgio, lo studio di ingegneria Close to Bone ha progettato una scala belvedere sospesa nel vuoto senza alcun supporto, rivestita in acciaio Corten.

 

Una struttura accattivante, immersa nel paesaggio naturale delle Fiandre, sembra sfidare la gravità con una scala sospesa nel vuoto che si arrampica verso il cielo senza alcun supporto. Progettato dallo studio di ingegneria belga Close to bone, questo oggetto monumentale realizzato esclusivamente in metallo, vuole essere una torre belvedere per il paesaggio dell’Hageland, per la foresta fiabesca di Kabouteros e per il pittoresco comune di Tielt-Winge (Fiandre, Belgio). Realizzata con una struttura in acciaio zincato, studiata dagli ingeneri con la massima stabilità, la scala è avvolta da un rivestimento in acciaio Corten dal tradizionale aspetto invecchiato che si adatta molto bene all’ambiente naturale circostante. Questo materiale pre-arrugginito, che rappresenta ormai un punto di riferimento per l’architettura contemporanea, è in questo contesto un chiaro richiamo al minerale di ferro tipico dell’Hageland dal colore rosso brunastro.

Denominata Vlooyberg Tower, la piattaforma panoramica si erge verso il cielo per un’altezza di 11,3 metri (la quota di calpestio raggiunge i 10,1 metri, cui si aggiunge l’altezza del parapetto pari a 1,2 metri) e sulla sommità della rampa sono presenti piccoli fori che fungono da spioncini verso il paesaggio.

Anche se consta di un peso di sole 13 tonnellate, la struttura è stata calcolata manualmente dagli ingeneri per definire il miglior dimensionamento degli elementi portanti, ovvero profili in acciaio pesanti e robusti (HEA 280) che sfumano via via in profili sottili e leggeri (HEB 100). Gli stessi parapetti fungono da travi strutturali per la stabilità della scala e la robustezza della fondazione svolge un ruolo primario. L’assemblaggio tra il telaio portante e il rivestimento inCorten ha richiesto inoltre una soluzione innovativa per evitare che la patina superficiale protettiva del Corten potesse contaminare la struttura con la ruggine. Attraverso distanziali in plastica e rivetti in acciaio inox sono state separate le superfici assicurando una maggiore resistenza al passare del tempo. L’analisi delle vibrazioni è stata infine la parte più complessa del progetto; per evitare la vibrazione delle scale sotto ai piedi dei visitatori, sono stati posizionati due ammortizzatori che vibrano alla stessa frequenza della scala ma in senso opposto: è proprio il contrappeso a ridurre le vibrazioni. L’intera struttura è stata assemblata in loco nel corso di mezza giornata.

Staircase_2

Staircase_3

La costruzione di questo monumento si deve alle autorità comunali, desiderose di sostituire il vecchio posto di guardia in legno, distrutto e incendiato da un gruppo di vandali. Assecondando quindi la richiesta di un nuovo belvedere resistente all’usura del tempo, Close to bone ha messo a punto un progetto non convenzionale dal forte impatto, datato di una struttura che sfida le teorie delle costruzioni e attira la curiosità di molti residenti e passanti. Non importa se per alcuni è considerata una torre e per altri è propriamente una scala; gli stessi progettisti si affidano al pittore surrealista Magritte per definire la propria opera “ceci n’est pas un escalier”.

Staircase_1

Scheda del progetto
Progettista: Close to bone, Langdorp (Belgio)
Ubicazione: Oude Leuvensebaan, Tielt-Winge, Fiandre, Belgio
Committente: comune di Tielt-Winge
Struttura in acciaio: Tri-Monta, Duffel


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